• 26 mar 2024

Storie dal Pianeta Terra - Bandhavgarh

  • Emozioni Fotografiche

Bandhavgarh significa “fortezza dei fratelli”. La leggenda vuole che il Dio Rama abbia eretto qui un forte, di cui ancora si vedono le rovine sull’altura che domina il parco, donandolo poi al fratello. Poi il Dio avrebbe scagliato una freccia creando una forte depressione, che rappresenta oggi il Parco Nazionale di Bandhavgarh. Diviso in sei zone (ranges) e caratterizzato da una natura molto varia che va dalla giungla alle paludi, dalla savana alle alture rocciose, il parco ospita oggi circa 50 tigri del Bengala nel suo territorio di circa 600 chilometri quadrati. Un numero di tigri maggiore, e con una maggiore densità, che in qualsiasi altra parte del mondo. La varietà dell’habitat, la presenza di una costante riserva d’acqua e di molte grotte e ripari naturali, oltre ad una fauna molto ricca fanno del parco un santuario ideale per la protezione della tigre.

Si tratta di un posto magico, uno dei pochi in cui e` ancora possibile osservare da vicino questo maestoso felino nel suo habitat naturale. Solo che, per poterlo osservare, bisogna prima trovarlo. La natura elusiva dell’animale, la vastità del parco e la impenetrabilità della giungla sono tutti fattori che rendono il compito tutt’altro che semplice. Per non parlare delle ferree regole stabilite dall’ente foreste: per minimizzare l’impatto sull’ecosistema, ad ogni jeep viene assegnata all’ingresso nel parco una pista da percorrere all’andata ed una al ritorno. Non e` possibile deviare dalla pista. Evidentemente questo significa che bisogna sperare di riuscire ad avvistare la tigre sulla pista assegnata. Non solo: non e` possibile tornare indietro o fermarsi troppo a lungo nello stesso posto. E dunque la tigre non solo deve avere la cortesia di farsi vedere, ma deve farlo sulla nostra pista e quando passiamo noi. Non prima e non dopo.

Quando mi illustrano tutte le regole un profondo sconforto si impadronisce di me. Non c’e` speranza, mi dico, ne` di vederla questa tigre ne` tantomeno di fotografarla come si deve. Guardo Pappù, la mia guida, che oscilla la testa alla maniera indiana con un sorriso rassicurante, e mi auguro che i colleghi fotografi che me lo hanno raccomandato come “la miglior guida del Madhya Pradesh, forse dell’India intera” non abbiano esagerato. Iniziamo la nostra avventura nel parco, fermandoci spesso per controllare le tracce, ascoltando i richiami degli animali, annusando l’aria. Mi dimentico immediatamente delle difficoltà, delle regole, dei ranger mentre l’atmosfera magica del parco e l’eccitazione della ricerca mi assorbono completamente. Tutto qui parla di lei, di questo meraviglioso animale, del suo fascino e del sua incredibile forza. Improvvisamente capisco che tutto sommato non conta molto se riusciremo a vederla la tigre, a fotografarla. Questa ricerca, questa immersione in una natura che e` permeata della sua presenza, e` valsa già il viaggio.

“Kha! Kha! Kha!”. Il langur di guardia lancia il suo grido di allarme e in un istante tutte le scimmie sono sugli alberi. Il langur salta freneticamente da un ramo all’altro cercando di non perdere di vista la causa della sua angoscia perche` sa che, fintanto che non la perde di vista, il suo mondo e` al sicuro. Pappù sterza bruscamente su una pista secondaria e spegne l’auto. Mi fa segno di aspettare ed indica col dito un varco nella vegetazione a pochi metri. Dopo un minuto la tigre appare esattamente in quel punto, ci fissa per qualche secondo e poi sparisce come era apparsa. Il cuore batte all’impazzata. C’e` qualcosa nello sguardo di questo felino che va dritto al cuore. Mi rendo conto che, nonostante abbia fotografato da vicino orsi, leoni, ghepardi ed infiniti altri animali, non ho mai provato un’emozione cosi` intensa, una gioia cosi` folgorante. Mi scuoto che la tigre e` sparita già da qualche minuto. Pappù mi chiede se sono riuscito a fotografarla. No, ero troppo paralizzato per riuscirci.

“Mal mal mal!”. Avanti! Il mahout incita l’enorme pachiderma, che fatica a farsi largo in una giungla tanto fitta da sembrare impenetrabile. Ed invece, usando sapientemente la proboscide come un machete, l’elefante riesce lentamente a conquistare preziosi metri di terreno. Abbiamo deciso di battere a dorso di elefante la zona dove abbiamo avuto il nostro primo avvistamento. Sono quasi due ore che giriamo in tondo, cercando faticosamente di aprirci un varco. Il mahout siede sulla testa dell’animale e lo comanda spingendolo con i piedi dietro le orecchie, oltre che con comandi vocali e con poderose bastonate sull’immenso cranio. Bastonate che, sia detto per tranquillizzare il lettore, l’elefante non sembra affatto notare. Io siedo nella piattaforma assicurata in groppa all’animale, attaccato con tutta la forza al mancorrente, tentando disperatamente di non volare via in seguito agli scossoni. E, già che ci sono, tentando anche di non rendermi ancora ridicolo facendo cadere in terra qualche obiettivo che poi il pachiderma sarebbe costretto nuovamente a recuperare con la proboscide ed a porgermi con aria di scherno. Inizio ad essere un po’ perplesso. Eppure Pappù, la mia guida, sembra sicuro di se`. Mi spiega nuovamente che le tracce portano inequivocabilmente in questa direzione, inoltre i “drag marks”, i segni lasciati sulla pista dal trascinamento di un animale, indicano che la tigre ha appena cacciato una preda di medie dimensioni e probabilmente l’ha trascinata nel folto della vegetazione per consumare il pasto in tranquillità. Non resta che esplorare il folto della vegetazione, dunque. Sto per obiettare che in questa giungla potrebbe benissimo trovarsi a cinque metri da noi e non riusciremmo assolutamente a scorgerla, quando un suono agghiacciante mi arresta il sangue nelle vene e le parole in gola. Impossibile descrivere l’emozione provocata dal ruggito di una tigre. E` un suono che non sembra di questa terra. La giungla intera si ammutolisce, nessun animale muove un muscolo. Sembra che anche le foglie abbiano smesso di tremare al vento. Poi la vedo. Si trova effettivamente a circa cinque metri da noi. Si e` sempre trovata, per quasi due ore, a non più di 10 metri. L’emozione di osservare cosi` da vicino questo concentrato di eleganza e potenza mi paralizza. Poi mi ricordo che sono qui per fotografare ed alzo finalmente la macchina.

Il Parco

Situato nel distretto di Umaria, nel Madhya Pradesh, il parco e` una ex riserva di caccia del Maharaja di Rewa. La regione fu racchiusa tra le aree protette nel 1968, prima di essere ufficialmente designata un “tiger sanctuary” nel 1972, in seguito all’avvio del massiccio programma di protezione noto come “tiger project”, ed infine dichiarata parco nazionale nel 1982.

Oltre alle tigri trovano protezione nel parco anche i piccoli cervi pomellati (chital), gli enormi cervi sambhar, le scimmie langur, macachi, sciacalli, volpi, lupi, cani selvatici, orsi labiati (sloth bears), leopardi, cinghiali ed oltre 250 specie di uccelli.

Come e quando andare

Il Parco Nazionale di Bandhavgarh si trova nel Madyah Pradesh, nell’India centrale. E` raggiungibile con un volo di linea da Delhi a Jabalpur, cui segue un breve trasferimento in auto. Il periodo migliore per il viaggio e` durante i mesi invernali, da Dicembre a Marzo. Molti i lodge e gli alberghi che sorgono nelle immediate vicinanze del parco, e che organizzano anche safari nella riserva. Eastbound (www.eastbound.in) e` un tour operator locale in grado di gestire tutti i dettagli del viaggio, compresi voli e trasferimenti in auto. Il successo del safari dipende molto fortemente dall’abilità e dall’esperienza della guida. La guida utilizzata dall’autore, specializzata nel lavoro con fotografi ed operatori video, puo` essere contattata per email all’indirizzo tigers.friend@yahoo.com

Conservazione

Tra gli animali a più immediato rischio di estinzione, le tigri del Bengala sono minacciate soprattutto dal bracconaggio e dalla perdita dell’habitat. Bracconieri pronti a tutto per guadagnare gli oltre 500.000 dollari garantiti dalla vendita sul mercato clandestino delle ossa e della pelle della tigre, e che possono contare sull’appoggio di trafficanti di droga e terroristi, mettono in serio pericolo il futuro di questo meraviglioso felino. Ma il pericolo maggiore deriva oggi dalla progressiva distruzione dell’habitat in seguito ad una sempre maggiore pressione da parte della popolazione e dai conflitti tra uomini ed animali derivanti dalla forzata contiguità. Delle 8-10 tigri uccise ogni anno nel solo parco di Bandhavgarh, solo una parte sono attribuibili al bracconaggio. In molti casi si tratta di uccisioni per vendetta da parte degli abitanti dei villaggi. E non mancano, purtroppo, i casi di persone attaccate e uccise dalle tigri.

Dicembre 2004. È una fredda mattina d’inverno in Bandhavgarh, le jeep dei turisti sono allineate sulla pista di terra battuta aspettando il proprio turno. Una tigre adulta nota come B1 ha ucciso due tori durante la notte ed e` intenta a cibarsi di uno di loro. Il “tiger show” e` in piena attività e gli elefanti vanno e vengono accompagnando i turisti a vedere l’animale. Turisti provenienti da ogni parte del mondo applaudono e ridono, le loro facce sorridenti esprimono l’immensa gioia derivante dall’aver potuto osservare, sia pure per un attimo, questo maestoso ed elusivo felino. Lontano dal clamore, un esile abitante di un villaggio vicino siede sotto un albero di Sal, il mento appoggiato ad un bastone. Con occhi spenti guarda nella direzione in cui giacciono le carcasse dei tori, perche` quei tori appartenevano a lui. Nel giro di una notte ha perso tutto quello che possedeva. Molte domande si affollano nella sua mente: come potrà arare i campi? Come riuscirà a sfamare la sua numerosa famiglia? Eppure non e` colpa della tigre. La mandria pascolava nella giungla tutto il giorno, era una tentazione troppo grande per poter resistere. Dopo qualche giorno il corpo senza vita di B1 venne ritrovato parzialmente seppellito nella giungla. Era stato avvelenato. Tutta questa triste storia potrebbe essere definita un “crimine senza criminali”.

Lottando duramente per sopravvivere in condizioni di estrema povertà gli abitanti dei villaggi sviluppano un profondo risentimento nei confronti del parco, i cui benefici raggiungono solo i ricchi proprietari alberghieri, ed imparano ad odiare allo stesso modo gli ufficiali onesti, che gli impediscono di abbattere gli alberi nella riserva, e quelli disonesti che pretendono tangenti per consentirgli l’accesso. Molti temono i danni provocati dagli animali che si avventurano fuori dalla foresta, distruggendo le coltivazioni e, talvolta, mettendo in pericolo la loro stessa vita.

Qualunque efficace programma di salvaguardia della tigre e del suo ambiente naturale deve necessariamente avere la soluzione di queste questioni come priorità.


Testo e Foto di Simone Sbaraglia

2010


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